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Le Leggi della Maldicenza 'Chafetz Chaim' di Rabbi Israel Meir Hacohen Kagan - Indice



BS"D


Traduzione di Ralph Anzarouth e Raphael Barki


Un commerciante di Varsavia porse al Chafetz Chaim la lista dei libri che intendeva comprare.


"Vedo che tutti i miei libri ti interessano, tranne il Chafetz Chaim sulle leggi della maldicenza, che non è nella lista. Perchè hai escluso un libro così importante?"


"Veramente vorrei comprare anche quello", rispose il commerciante, "ma ciò mi impaurisce, signor Rabbino. Io incontro molte persone tutti i giorni, e nella mia situazione è proprio impossibile non dire né ascoltare maldicenze!"


"Conosco il problema", rispose il Chafetz Chaim. "Ne ho pure parlato con Rav Israel Salanter, il quale mi ha detto che converrebbe studiare il mio libro sulla maldicenza anche qualora l'unico effetto del suo studio fosse solo un sospiro del lettore."

[tratto da "Guard your Tongue", di Zelig Pliskin]


Un solo sospiro di un solo nostro lettore… e le lunghe ore che abbiamo dedicato a questa traduzione saranno ripagate...

I traduttori




Ha detto, infatti, rabbi Naftali Braunfield nel suo Divrè Naftalì che «Le persone nobili parlano di idee, le persone mediocri parlano di cose; le persone basse parlano di altre persone…”

[tratto dalla presentazione di rav Roberto Della Rocca]


Ringraziamo il caro David Piazza e le Edizioni Morashà. Senza di loro non avremmo mai pensato di cominciare questo progetto sulle leggi della maldicenza e della Lashon Harà. E senza di loro non l'avremmo neppure completato. Hanno perfino pubblicato questo libro, le Leggi della Maldicenza (Hafetz Haim), ma pare che ora sia esaurito e quindi non più disponibile in libreria. Potete comunque leggere per intero e senza nessun costo questo libro fondamentale qui sul sito dei Maestri della Torà (l'indice è appena più in alto su questa pagina).





Chafetz Chaim - Leggi della Maldicenza sulla Lashon Harà

Questo testo sulle Leggi della Lashon Harà, pubblicato nel 5767 da Morashà e proposto online dal sito dei Maestri della Torà, è stato rivisto e corretto durante il mese di Kislev 5771. A partire dal mese di Tevet 5771, il testo che trovate qui sul sito dei Maestri della Torà tiene conto di quest'ultima revisione. Consigliamo a tutti i lettori lo studio di questo libro sulle leggi della maldicenza. Anche un solo paragrafo al giorno può fornire al lettore attento un incoraggiamento quotidiano per evitare il grande peccato della Lashon Harà: i risultati si vedranno rapidamente.



Cheshvan 5769. Tutti i diritti sono riservati. Per saperne di più sul Copyright
Chiunque volesse citare, riprodurre o comunicare al pubblico in ogni forma e con qualunque mezzo (siti Internet, forum, pubblicazioni varie ecc.) parti del materiale di questo sito, nei limiti previsti dalla legge, è tenuto a riportare integralmente una dicitura, che per questa pagina e per le altre 16 pagine delle Leggi della Maldicenza è:

Tratto dal sito www.anzarouth.com : Leggi della Maldicenza, Hafetz Haim, Rabbi Israel Meir Kagan, Edizioni Morashà, traduzione e note a cura di Ralph Anzarouth e Raphael Barki
Si richiede di aggiungere anche un link verso:
http://www.anzarouth.com/2008/11/leggi-maldicenza-indice.html

Leggi della Maldicenza - Chafetz Chaim Prefazione - R. Israel Meir Hacohen Kagan


BS"D


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Traduzione di Ralph Anzarouth e Raphael Barki


Lashon Harà: Prefazione


Benedetto sia il Signore D-o d’Israele, che ci ha distinto dagli altri popoli, ci ha dato la sua Torà, e ci ha fatto entrare in Terra Santa per darci il privilegio di eseguire tutti i suoi precetti. E tutta la sua intenzione è solo per il nostro bene, affinché in questo modo ci santifichiamo davanti a lui, così come è scritto (Numeri 15, 40): «Affinché vi ricordiate e osserviate tutti i miei precetti e siate santi per il vostro D-o.» In tale modo potremo ricevere l’effetto di tutta la sua bontà in questo mondo e nel mondo futuro, così come è scritto (Deuteronomio 10, 12-13): «Che cosa ti richiede il Signore tuo D-o, se non […] di rispettare i precetti di D-o e i suoi decreti che io ti comando oggi per il tuo bene» (si noti il commento del Ramban, che dice che “per il tuo bene” si riferisce all’inizio del versetto: «Che cosa ti richiede il Signore tuo D-o»).


E non solo egli ci ha dato la sua Torà, ma ci ha anche ordinato di non abbandonarla, così come è scritto (Proverbi 4, 2): «Vi ho dato un buon insegnamento: non abbandonate la mia Torà.» E ciò, ben diversamente da come fa l’uomo, che quando fa un dono a qualcuno e vede che costui non ne fa buon uso e non lo apprezza, attende e anela al momento in cui l’amico abbandoni il dono per poterne riprendere possesso. Non così si comporta il nostro D-o, che ci ha dato [un aiuto] in ogni generazione. [Ci ha dato] i profeti, all’epoca del Primo Tempio, per indurci a tornare sulla retta via. E perfino all’epoca del Secondo Tempio, quando il popolo ebraico cominciò ad allontanarsi dalla sua santità originale, per via dei nostri molti peccati, e perse cinque elementi rispetto al Primo Tempio (Talmud Bavli, Yoma 21b), malgrado ciò, trovandoci sulla nostra terra e avendo il santo tempio, potevamo ancora osservare tutti i precetti della Torà, e con ciò completare tutte le componenti della nostra anima. Infatti, [così come il nostro corpo,] anche la nostra anima conta 248 membra e 365 nervi - spirituali. Si consulti lo Shaarè Kedushà (Porte della Santità) di rav Chaim Vital, cap. 1.


Ma alla fine dell’epoca del Secondo Tempio, l’odio gratuito e la maldicenza hanno prevalso tra di noi, per via dei nostri molti peccati, e per questo motivo fu distrutto il santo tempio e fummo esiliati dalla nostra terra, come è riportato nel Talmud Bavli (Yoma 9b) e nel Talmud Yerushalmì (Yoma cap. 1, 1, foglio 4b). E perfino se il Talmud menziona solo l’odio gratuito, il significato include anche la maldicenza, la quale deriva dall’odio; perché altrimenti non avrebbero ricevuto una così grave punizione. Così come alla fine del testo citato si legge «Per insegnarti che l’odio gratuito equivale all’idolatria, alle unioni proibite e allo spargimento di sangue [messi assieme],» ed è ciò che abbiamo letto nel Talmud Bavli, ’Arakhin 15b, riguardo alla maldicenza. Per di più, il testo del trattato di Yoma dimostra quanto sopra, nella questione «E nel Primo Tempio» fino a «e pugnalano i loro amici» (si veda colà).


E da allora, fino a oggi, ogni giorno aspiriamo e preghiamo il Santo, benedetto Egli sia, che ci avvicini, così come ci promise a più riprese nella sua santa Torà e tramite i suoi profeti, e la nostra preghiera non è accettata da lui, così come i nostri Maestri hanno detto (Talmud Bavli, Berakhot 32b): «Da quando fu distrutto il santo tempio, un muro di ferro separa gli ebrei dal loro Padre che è in cielo.»


E difatti, non ce la prendiamo con lui, che D-o ce ne guardi, ma con noi stessi, perché Egli non mancherà, che D-o ce ne guardi, così come è scritto (Isaia 59, 1-2): «Non è troppo corto il braccio di D-o per salvarci, né sordo il suo orecchio per sentirci, ma sono i vostri peccati ecc…». E all’epoca di rabbi Yehoshùa ben Levì, come è scritto nel Talmud Bavli (Sanhedrin 98a), gli fu risposto che oggi stesso verrà il mashìach, malgrado non fosse ancora compiuto il tempo [della fine] dell’esilio, secondo il decreto per il quale gli ebrei rimarranno mille anni in esilio, corrispondenti a un giorno per il Santo, benedetto Egli sia, come insegnano i Maestri (Talmud Bavli, Sanhedrin 97a). Malgrado ciò, la forza della teshuvà* sarebbe bastata per annullare il decreto, e, a maggior ragione, oggigiorno, 800 anni dopo la fine del tempo fissato. E non c’è altra causa all’infuori di noi stessi che, con i nostri molti peccati, non Gli permettiamo di ergere la sua presenza tra di noi.


E quando ricerchiamo quali sono i peccati principali che provocano il prolungamento del nostro esilio, ne troviamo molti. Ma il peccato della maldicenza li sovrasta, per molti motivi: Essendo esso il motivo principale del nostro esilio, come abbiamo già spiegato (cfr. supra Yoma – Bavli e Yerushalmì), allora come potrebbe avvenire la redenzione fino a che non avremo riparato questo peccato? Poiché questo peccato fu tanto grave da causare l’esilio dalla nostra terra, a maggior ragione, non ci permette di ritornarci.


Inoltre è noto che l’esilio fu decretato fin dall’episodio dei [dodici] esploratori, come è scritto nei Salmi (106, 26-27): «E giurò loro di farli soccombere […] tra le nazioni e di disperderli nelle loro terre,» e secondo il commento di Rashì su questo salmo e di Ramban sulla Torà (Numeri 14, 1). Inoltre, il peccato degli esploratori non era [forse] la maldicenza, come è scritto nel Talmud Bavli (’Arakhìn 15a)? Perciò, siamo obbligati a riparare questo peccato prima della redenzione.


È pure spiegato esplicitamente che per questo peccato gli ebrei vengono puniti con i lavori forzati, come è scritto nell’Esodo (2, 4): «Dunque la cosa è risaputa,» e cfr. il commento di Rashì a questo versetto. Ed è pure esplicitamente spiegato nel Midràsh Rabba (6, 14), alla fine della parashà di Ki Tetzè: «Disse il Santo, benedetto Egli sia: ‘Poiché in questo mondo c’è tra di voi il peccato della maldicenza, Io ho allontanato da voi la presenza divina. Ma in futuro, ecc…’». C’è anche un versetto esplicito nella Torà (Deuteronomio 33, 5): «E ci fu un re in Yeshurùn*, quando si radunarono i capipopolo e tutte insieme le tribù d’Israele». Rashì commenta seguendo il Sifri*, che ci sarà un re in Yeshurùn quando le tribù d’Israele saranno insieme e non divise. E si sa che la maldicenza provoca divisioni.


E a parte questo, come potranno realizzarsi su di noi le benedizioni del Santo, benedetto Egli sia, a cui aneliamo, allorché per via delle nostre molte colpe ci siamo assuefatti a questo peccato? Non vi è forse una maledizione specifica nella Torà (Deuteronomio 27, 24): «Maledetto colui che colpisce il prossimo di nascosto», che si riferisce alla maldicenza, come indica il commento di Rashì? E ciò si aggiunge alle altre maledizioni lì menzionate, come verrà spiegato alla fine dell’introduzione (si veda colà).


Inoltre, è noto dal già menzionato brano del Talmud Bavli (’Arakhìn 15b) che l’entità di questo peccato è incalcolabile, al punto che esso è paragonato a un’eresia, che D-o ce ne guardi. Ed è scritto nel Talmud Yerushalmì (Peà 1, 1 foglio 4a) che si viene puniti per questo peccato sia in questo mondo che nel mondo futuro (si veda anche l’introduzione e il mio libro Shemirat Halashon, in cui abbiamo ricopiato tutti i passaggi del Talmud, dei midrashìm* e del santo Zohar riguardo a questo argomento, e a colui che approfondirà e ci rifletterà adeguatamente si rizzeranno i capelli per quant’è grande il peccato!).


Ed è chiaro, che il motivo per cui la Torà ha tanto insistito su questo peccato è che esso incita particolarmente il “grande accusatore” contro il popolo ebraico, e in questo modo uccide diverse persone in diversi paesi. Così scrive il santo Zohar (Pekudè 264b): «C’è uno spirito preposto a tutti quei maldicenti, e quando gli uomini destano una maldicenza, o un uomo in particolare desta una maldicenza, in alto si desta pure quello spirito malvagio e impuro che si chiama sakhsùkha (zizzania) e si apposta su quella maldicenza che hanno detto gli uomini, e accede ai mondi superiori e con questa maldicenza provoca malattie, guerre e uccisioni nel mondo. Guai a coloro che destano questo processo maligno e non sorvegliano la propria bocca e la propria lingua e non ne hanno timore, e non sanno che il destare [un fenomeno, in questo caso la maldicenza] in alto dipende dal destare [quel fenomeno] in basso, sia nel bene che nel male, eccetera. E sono tutti accusatori che destano questo grande serpente al fine di accusare il mondo, e tutto ciò per questo destarsi della maldicenza, allorché si desta la maldicenza del basso».


E si può dire che questa è l’intenzione del Talmud, ’Arakhìn già citato: «Chi dice una maldicenza accresce il peccato fino al cielo», come è detto (Salmi 73, 9): «Hanno posto la loro bocca in cielo, e la loro lingua procede in terra», cioè: malgrado la loro lingua proceda in terra, la loro bocca è posta in cielo. E così dice il Tana Devè Eliahu (Rabà, cap. 18), che la maldicenza che uno pronuncia s’innalza fino al trono celeste. E da qui potremo capire quanta sia la distruzione che i maldicenti provocano al popolo ebraico.


Un’altra spiegazione della grandezza del danno provocato da questo peccato: quando l’uomo corrompe la propria lingua con discorsi vietati, impedisce a ogni parola di santità che dirà in seguito d’innalzarsi, secondo quanto scritto nel santo Zohar (Pekudè 263b): «E da questo spirito malvagio ne dipendono altri maligni, incaricati di catturare una parola cattiva o volgare pronunciata da qualcuno che in seguito profferisce parole sante. Guai a loro, guai alla loro vita, eccetera. Guai a loro in questo mondo, guai a loro nel mondo futuro, perché quegli spiriti maligni catturano quella parola impura, e quando l’uomo in seguito dice una parola santa, essi si precipitano a catturare la parola impura e rendono impura anche quella parola santa, e l’uomo non ne trae vantaggio, e in un certo modo si indebolisce la forza della santità». Non è forse chiaro da questo passaggio del santo Zohar che tutte le nostre parole di Torà e le nostre preghiere rimangono sospese nell’aria del cielo e non salgono in alto? E da dove ci verrà l’aiuto per fare venire il mashìach e ciò che gli è connesso?


E quando approfondiremo questo argomento scopriremo ancora di più: non solo si tratta di un peccato criminale, come abbiamo già spiegato, ma esso ingrandisce anche il danno in tutti i mondi e oscura la loro luce, perché alcune persone sono abituate a moltiplicare questa trasgressione centinaia e migliaia di volte nel corso della loro vita. Perfino un piccolo peccato, moltiplicato per molte volte, diventa grosso come il traino di una carrozza, come gridò il profeta Isaia (5, 18): «Guai a chi tira la perversità con le corde del male, e il peccato con il traino di una carrozza!» E l’esempio viene dai fili di seta, quando li moltiplichi centinaia di volte. E, a maggior ragione, questo peccato, che già di per sé è gravissimo, e parecchie persone sono abituate a trasgredirlo molto spesso, migliaia di volte nel corso della loro vita, e non cercano per niente di dissociarsene; a maggior ragione il danno in alto è certamente incalcolabile.


E qual è il motivo per cui molte persone sono del tutto indifferenti a questo divieto? Ho concluso che ciò è dovuto a vari motivi, sia per quanto riguarda le masse, sia per quanto riguarda gli studiosi: le masse non sanno nemmeno che il divieto della maldicenza include persino [i casi in cui si dice] la verità. E quanto agli studiosi della Torà, perfino coloro che sanno che il divieto della maldicenza include anche la verità, lo yetzer* inganna alcuni di loro in altri modi:


1) Lo yetzer li convince che la persona di cui parlano è un adulatore, e dice loro che è mitzvà* svelare adulatori e malvagi!1. 2) Li convince che quello è un seminatore di zizzania, ed è permesso parlarne male. 3) Li tenta ricordando loro che c’è una deroga [quando si parla] in presenza di tre persone. 4) Li tenta ricordando loro il permesso di parlare in presenza dell’interessato, cioè quando al momento della maldicenza [colui che la dice] è convinto che la direbbe pure davanti a lui. Lo yetzer mostra loro i passaggi correlati, si veda più avanti nelle Regole 2, 3 e 8. 5) Li tenta ingannandoli sul contenuto del discorso, sostenendo che non è maldicenza, come fanno molte persone, a causa dei nostri molti peccati, dicendo che l’interessato non è intelligente, come spiegheremo più avanti (lashon harà', Regola 5).


In generale, lo yetzer agisce in uno dei due modi seguenti: convince che non si tratta di maldicenza, o che la Torà non ha vietato la maldicenza di un individuo di questa sorta.


E quando lo yetzer vede che con questi argomenti non inganna l’uomo, lo convince del contrario, cioè a esagerare così tanto le regole della maldicenza fino a fargli credere che tutto è maldicenza, e che quindi non si può vivere in questo universo senza separarsi completamente dagli interessi terreni. Questo è come l’inganno del serpente, che disse (Genesi 3, 1): «È vero che D-o ha detto ‘Non mangerete niente di tutti gli alberi del giardino’?».


E a parte questo, molte persone ignorano anche il divieto di accettare la maldicenza, il quale ci proibisce perfino di crederci interiormente, perché bisogna soltanto sospettare2 (Talmud Bavli, Niddà 61a). E [ignorano] anche molti altri argomenti simili riguardo l’accettazione di lashon harà' e rekhilut, che non si possono spiegare qui. E per di più, se trasgrediscono il divieto di lashon harà e rekhilut, e se accettano [la maldicenza], non sanno come riparare l’errore.


E per questi motivi tutto il sistema crolla, perché la persona si abitua a parlare come viene, senza soppesare in anticipo se ciò che sta per dire rientra nel divieto di rekhilut e lashon harà'. E ci siamo così abituati a questa trasgressione, per via dei nostri molti peccati, al punto che molte persone [si convincono] che non sia per niente un peccato, perfino quando si dice qualcosa su cui tutti sono d’accordo che trattasi assolutamente di lashon harà' e rekhilut. Per esempio: quando Tizio sparla di Caio e lo critica molto pesantemente, se uno gli chiede: “Perché hai detto lashon harà' e rekhilut?” penserà che questi cerchi di trasformarlo in un santo, in uno tzaddìk, e non accetterà per niente il rimprovero, perché constata che questa cosa è ignorata da tutti, per via dei nostri molti peccati.


E la fonte di tutti questi disastri è che non si è raccolto in un unico contesto tutto ciò che riguarda lashon harà' e rekhilut, spiegandone le proprietà e gli argomenti, in generale e in particolare; invece [tutti i riferimenti sull’argomento] sono sparsi nel Talmud e nei testi dei primi Maestri. Perfino Rambam (Mishnè Torà, Leggi della Conoscenza, cap. 7) e Rabbenu Yona (Shaarè Teshuvà), che ci hanno aperto la strada riguardo a questa regola, l’hanno esposta molto brevemente, secondo l’uso dei primi Maestri. E ci sono anche molte regole che non sono incluse nei loro scritti, come realizzerà il lettore all’interno di questo testo.


Perciò «Mi sono cinto i fianchi come un eroe»3, con l’aiuto di D-o benedetto che elargisce all’uomo la conoscenza, e ho raccolto tutte le leggi di lashon harà' e rekhilut in un [unico] testo, attingendole da tutti i passaggi in cui sono sparse nel Talmud e nei poskìm*, in particolare Rambam, Samàg, e Shaarè Teshuvà di Rabbenu Yona di benedetta memoria, che ci hanno illuminato su questa mitzvà*. Ho anche raccolto delle regole attingendo dalle risposte del nostro maestro rav Yosèf Caro e altre responsa su questo argomento.


E ho suddiviso questo libro in 2 parti:


  • Le regole del divieto di lashon harà'.

  • Le regole del divieto di rekhilut.

[E difatti molte delle regole della rekhilut potrebbero essere dedotte dalle regole del divieto della lashon harà', ma mi sono risoluto a ripetere i dettagli di ogni regola, a causa dell’enorme ostacolo rappresentato dal peccato della maldicenza (che D-o ce ne liberi), non si può contare semplicemente sul fatto che lo studioso in cerca di una regola precisa cerchi di dedurre una cosa da un’altra (e anche di questo non si è sicuri). Inoltre, in tutti gli argomenti c’è qualcosa di specifico, che non si può dedurre dalle regole del divieto di lashon harà', e già dissero i nostri Maestri in un simile frangente, che ogni passaggio che viene detto e ripetuto, la ripetizione è dovuta unicamente a un elemento specifico che le è proprio.]

E quando l’Eterno me ne darà merito cercherò, senza impegno, di aggiungere a queste due parti una terza parte, in cui raccoglierò tutti i passaggi del Talmud, dei midrashìm* e del santo Zohar su questo argomento, poiché in questo modo si farà luce sulla ricompensa in questo mondo e in quello futuro per chi si astiene da questo peccato e sulla punizione per chi trasgredisce questo divieto. Inoltre, ho diviso le leggi di cui sopra in Regole, e ogni Regola in vari paragrafi, affinché il lettore possa scorrerle agevolmente. E in quasi tutte le Regole ho riportato degli esempi a riguardo, affinché il lettore rifletta su come evitare la maldicenza nella pratica quotidiana.


E ho chiamato questo libro nella sua totalità Chafètz Chaìm (Desideroso di Vita), secondo il versetto dei Salmi (34, 13): «Chi è l’uomo che desidera la vita ecc.» E per non stancare il lettore con la lettura di ogni legge e delle sue fonti, considerata la lunghezza che vi si può riscontrare, l’ho diviso in due [parti]: La parte interna, cioè il codice in breve, così come si deriva dallo studio delle fonti, si chiamerà La Fonte della Vita, perché la parola dell’uomo proviene dalla forza dello spirito che lo anima, così come è scritto (Genesi 2, 7): «E l’uomo divenne uno spirito vivente», che Onkelos* tradusse “spirito parlante.” La spiegazione in corollario, che si chiamerà Pozzo d’Acqua Vivente, perché è il pozzo da cui ho attinto la Fonte della Vita, cioè la parte interna.


E sappi, fratello mio lettore, che perfino di ogni cosa elementare che si trova nella parte interna ho mostrato la fonte nel Pozzo d’Acqua Vivente4, affinché sia chiaro a tutti che non ho redatto questo libro secondo i criteri della chassidut5, ma secondo i dettami della legge.


(E terminerò con un appello al caro lettore: forse troverà un passaggio che a prima vista non gli sembrerà corretto: forse dal punto di vista della legge, che gli sembrerà un’esagerazione gratuita, o dal punto di vista del linguaggio, che gli sembrerà inutilmente prolisso o abbreviato – ch’egli non si affretti a dichiararlo un errore, finché non avrà studiato attentamente il Pozzo d’Acqua Vivente e tutte le normative che regolano quella legge. Perché se manca anche solo una norma di questa regola, non si può capire correttamente il resto. Perché in vero ho esaminato nei minimi dettagli ogni paragrafo di questo libro (aiutato da colleghi esperti nella Torà) e ho cercato a più riprese, che mai si trovi nel Talmud una contraddizione al nostro testo, e più volte ho esaminato uno stesso passaggio per diversi giorni finché con l’aiuto di D-o benedetto ho appurato la vera legge. E confido in D-o benedetto che il lettore che accetterà le nostre parole ed esaminerà a dovere tutte le regole della legge vedrà giustamente che ogni parola contenuta nel libro è scritta con la precisione della Legge. E a volte avrei potuto modificare il linguaggio e renderlo più succinto o più prolisso, per facilitarne la comprensione, ma non ho voluto modificare il testo di Rambam e degli altri poskìm* da cui la legge è derivata. E l’Altissimo giudicherà benevolmente coloro che mi giudicheranno benevolmente).

[E non si stupisca il lettore, che malgrado tutto questo libro sia basato sui dettami della legge, io citi in alcuni passaggi prove provenienti dal libro Shaarè Teshuvà di Rabbenu Yona, che è un libro di morale. Infatti, chi legge attentamente i suoi santi testi osserva in vari passaggi che in verità egli si è rigorosamente applicato a non scostarsi dalla lettera della legge; in particolare, nelle sue leggi di lashon harà', per ognuno degli argomenti che ha scritto esiste una fonte nel Talmud, come vedremo, D-o volendo, in questo libro. Però egli scrisse in modo succinto e non citò le fonti, secondo l’uso dei primi Maestri. E ciononostante, mi sono basato solo su di lui unicamente nelle parti in cui sembra optare per una decisione indulgente, (e così per la maggior parte degli altri libri di morale), ma quando trattasi di optare per una decisione rigorosa, ho quasi sempre citato più fonti, come vedrà chi studierà la parte interna. E so che si potranno forse trovare persone che vogliono e desiderano dire del male del prossimo, e si sono abituate a questo amaro peccato, al punto che niente può distoglierle dalla loro via malvagia; e quelle persone, quando vedranno nel mio libro una decisione indulgente, non esamineranno le condizioni necessarie per poterla adottare, e si permetteranno dei comportamenti che non ho avuto l’intenzione di avallare, e lo faranno senza rimorsi, perché useranno questo libro come scusa. Ma mi sono detto: non negherò il bene a chi segue la retta via, a causa di persone come quelle, così come hanno detto i nostri Maestri nel Talmud Bavli (Bava Batra 89b): «[L’ha detto o non l’ha detto?] L’ha detto! E l’ha detto per via di questo versetto (Osea 14, 10): ‘Sono rette le strade del Signore, e i giusti le percorreranno’.» E so bene che ci saranno delle persone che vorranno sminuire il valore di questo studio, e si appoggeranno al detto dei nostri Maestri, nel Talmud Bavli (Betzà 30a): «È meglio che pecchino per errore e non intenzionalmente» (vedi pure Ahavàt Chésed, seconda parte, cap. 9, nota). Ma in verità la ragione è dalla mia parte, per diversi motivi: 1) Su ciò che è esplicito nella Torà non si dice «È meglio che pecchino per errore e non intenzionalmente», come l’ha stabilito lo Shulchan Arukh* (Òrach Chaìm, cap. 608, par. 2, nota); e lashon harà' e rekhilut sono espliciti nella Torà. 2) Se così fosse, non dovremmo insegnare al pubblico le leggi del ghezel (estorsione), perché anch’esse sono difficili da rispettare, come hanno detto i nostri Maestri nel Talmud Bavli (Bava Batra 165a). (E malgrado essi abbiano precisato che tutti cadono nel tranello della lashon harà', lo hanno detto solo riguardo alla “polvere di lashon harà'6, come ha ribattuto il Talmud: «Come puoi dire che tutti cadono nella lashon harà'? [Risposta: cadono nella polvere di lashon harà'].» E sarà utile in ogni caso di studiare questi argomenti per scampare al peccato stesso. E perfino dalla polvere di lashon harà' ci si può salvare, se ci si impegna con il cuore e con la mente; e l’espressione «Non c’è uomo [che non caschi in quel tranello]» non va intesa in senso letterale). E forse allora non dovremmo insegnare loro le leggi dello shabbat, che sono come «Monti appesi a un capello» (Talmud Bavli, Chaghigà 10a), e molte di loro sono difficili da applicare? E anche come ci hanno tramandato i nostri Maestri nel Talmud Bavli (’Arakhìn 15b e 16) i princìpi di questi argomenti, per esempio: «A cosa assomiglia la lashon harà'? All’incendio in casa di qualcuno7 e via di seguito. Inoltre, lo dimostreremo dal testo stesso: non c’è forse scritto nella Torà (Deuteronomio 24, 9): «Ricorda ciò che il Signore tuo D-o ha fatto a Miriàm ecc.»? E Ramban nella sua spiegazione a nome del Sifri* (Torat Kohanìm, Bechukkotày, parashà 1, lett. 3) dice che bisogna ricordare sempre a voce la storia di Miriam, per riflettere in questo modo a quanto sia grande questo duro peccato; e secondo loro, al contrario: non ricordiamolo e saremo autorizzati a peccare per errore! Invece è chiaro che la Torà ha tenuto conto dell’intelletto umano, che ha in sé le forze per evitare questo peccato (ché se così non fosse, [come spiegheremmo che] il Santo, benedetto Egli sia, non pretende dalle Sue creature più delle loro possibilità – Midrash Tanchuma, Zot Haberakhà, 4). E se ci si rifletterà sempre, ciò sarà certamente utile per salvarsi da questo peccato. Si troverà anche un’ulteriore utilità in questo studio: che in questo modo non si sarà indifferenti al problema della lashon harà' cosicché, perfino nel caso in cui ci si caschi di tanto in tanto, almeno non si verrà catalogati tra i maldicenti; perché su questo hanno detto i nostri Maestri nel Talmud Bavli (’Arakhìn 15b) che è paragonabile ai tre peccati più gravi8 e che i peccatori non si meriteranno la presenza divina (Talmud Bavli, Sotà 42b9) e [subiranno] pure altre dure punizioni, come provano le parole di Rabbenu Yona nello Shaarè Teshuvà (terza parte, lett. 203) e le parole del Kèsef Mishnè10 nel Mishnè Torà (Leggi della Conoscenza, cap. 7) – invece [il fatto di cascarci di rado gli varrà di essere punito] soltanto come per gli altri divieti. Inoltre, grazie a questo studio saprà di avere peccato di fronte a D-o, e come ha detto il profeta Geremia (2, 35): «Ti chiamo a giudizio per avere detto ‘non ho peccato’.» E quindi cercherà di ottenere il perdono del prossimo per questa mancanza, o almeno di non riparlarne un’altra volta; ciò che non accadrebbe se, D-o ce ne guardi, gettasse la cosa alle proprie spalle e non lo considerasse per niente un peccato.]

Ho anche aggiunto a questo libro un’ampia e lunga introduzione, in cui sono dettagliati tutti i precetti e i divieti che trasgredisce abitualmente chi non sta attento a evitare questo amaro divieto della lashon harà' e della rekhilut (abbiamo trovato lo stesso concetto nella Mishnà (Nedarìm 65b) e nel Talmud (Menachot 44a) si consulti colà), forse D-o vorrà che in questo modo venga colpito lo yetzer*, nel constatare l’entità del tumulto e dei guai provocati da colui che sparla.


E anche senza ciò, è risaputo ciò che è scritto nel Midrash Rabba (Nasò, parashà 14, lett. 4): «Se hai studiato molto i loro testi, il Santo, benedetto Egli sia, allontana lo yetzer harà’* da te». Perciò mi sono detto: forse, studiando questo libro, che è composto da tutte le parole dei primi Maestri su questo argomento e riflettendoci su, lo yetzer harà’ non dominerà così tanto questa trasgressione; e così, cominciando ad allontanarsi un po’ da questo peccato, col tempo se ne distoglierà del tutto, perché esso è dovuto per gran parte all’abitudine. «E chi vuole purificarsi, viene aiutato» (Talmud Bavli, Yoma 38b) e per questo merito «Verrà il redentore in Tziòn» (Isaia 59, 20) al più presto nei nostri giorni, Amèn.


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Note dei traduttori:
[1] Questi permessi prendono effetto solo in casi molto remoti: il lettore non si attenga a questo breve cenno, ma si riferisca al loro dettaglio.
[2] Anche qui, il lettore studi quali azioni siano incluse nel permesso di sospettare, e quali siano vietate.
[3] L’autore accenna a un’espressione del libro di Giobbe (38, 3 e 40,7): i nostri Maestri spiegano che essa significa farsi coraggio e mettersi intrepidamente e alacremente all’opera.
[4] Nell’ambito di questa traduzione ci siamo attenuti unicamente alla parte interna, cioè alla legge della maldicenza così come dev’essere applicata nella vita quotidiana. Lo studioso che volesse ricercare le fonti di ogni regola è invitato a consultare il Pozzo d’Acqua Vivente (Beer Màyim Chaìm) direttamente nell’originale in ebraico.
[5] Qui il termine chassidut va inteso come “al di là della legge”, ovvero una ricerca di meriti supplementari destinata solo ai più volonterosi. L’autore precisa quindi che il contenuto di queste regole è una mitzvà* obbligatoria per tutti gli ebrei.
[6] Si consulti la regola 9.
[7] Il Talmud descrive un esempio di lashon harà': dove può esserci un incendio, se non a casa di quel tale, dove ci sono tanta carne e pesce?
[8] Idolatria, adulterio e spargimento di sangue.
[9] I traduttori hanno trovato questo brano nel foglio 42a, anziché nel 42b.
[10] Si tratta di rabbi Yosèf Caro, che diede il nome di Kèsef Mishnè al suo ampio commento al Mishnè Torà di Rambàm.


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Leggi della Maldicenza - Chafetz Chaim Introduzione - R. Israel Meir Hacohen Kagan


BS"D


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Traduzione di Ralph Anzarouth e Raphael Barki


Lashon Harà: Introduzione


Introduzione alle regole del divieto di lashon harà' e di rekhilut.

Per via dell’amore che D-o benedetto prova per il suo popolo d’Israèl, e del fatto che desidera moltissimo il suo bene al punto da riferirsi ad esso con i termini “figli”, “parte di D-o”, “eredità”, e altri nomi affettuosi che dimostrano l’entità del suo amore per Israèl, com’è scritto (Malachia 1, 2): «Vi ho amati, dice l’Eterno» ecc., perciò li ha allontanati da tutte le perversioni e in particolare dalla lashon harà' e dalla rekhilut, poiché esse portano l’uomo a liti e controversie, e si può a volte giungere allo spargimento di sangue, come scrisse Rambam nel Mishnè Torà (Leggi della Conoscenza 7, 1): «Malgrado non si applichino le percosse per questa trasgressione, in ogni caso si tratta di un grave peccato e uccide molti ebrei, perciò [nella Torà] è posto accanto a (Levitico 19, 16) ‘Non essere indifferente al tuo prossimo in pericolo’, e si veda ciò che è successo a Doèg l’Idumeo e a Nov, la città dei kohanìm».


E anche immense calamità furono provocate da questo disdicevole vizio, com’è noto che il peccato del serpente fu originato principalmente dalla lashon harà', avendo egli detto lashon harà' sul Santo, benedetto Egli sia, dicendo: «[D-o] ha mangiato da questo albero e ha creato il mondo», e in questo modo ha tentato Eva, come hanno detto i nostri Maestri nel Talmud Bavli, Shabbat 146a: «Il serpente si accoppiò con Eva e le iniettò il veleno – cioè provocò l’adulterio – e allo stesso tempo causò la morte per il mondo intero – cioè lo spargimento di sangue.» E in questo modo indusse Adamo ed Eva a contravvenire alla volontà del Santo, benedetto Egli sia. E di conseguenza, chi pronuncia lashon harà' abbraccia quel suo vizio che ha corrotto la creazione del mondo.


E anche il motivo della discesa del popolo ebraico in Egitto va ricondotta principalmente a questo, com’è scritto (Genesi 37, 2): «E Giuseppe raccontava maldicenze su di loro al loro padre», e per questo motivo si decretò in Cielo, misura per misura, che sarebbe stato venduto come schiavo, così come egli aveva detto di loro che essi chiamavano i loro fratelli “schiavi”, come spiegato nel Midrash (Bereshìt Rabbà 84, 7) e nel Talmud Yerushàlmi (Peà 1, 1): benché vi fosse una giustificazione alla maldicenza che raccontò, come spiegato dai commentatori - si osservi che, malgrado ciò, nessuna giustificazione gli sia servita.


Inoltre, il motivo del nostro esilio risiede integralmentte nell’atto degli esploratori, com’è scritto nei Salmi (106, 26-27): «E giurò loro di farli soccombere […]. e di disperderli nelle loro terre»; e ciò, secondo la spiegazione di Rashì a quei versetti, e così scrisse Ramban nel [commento alla] Torà, nel passaggio sugli esploratori (Numeri 14, 1). E dissero [i nostri Maestri] nel Talmud Bavli, ’Arakhìn (15a) che l’essenza del peccato degli esploratori fu la lashon harà', perché dissero del male riguardo alla Terra d’Israele, e in conseguenza al loro pianto ingiustificato fu decretato su di loro un pianto per le generazioni [future]. E altri innumerevoli guai ci hanno afflitto a causa di questo grave peccato, perché anche l’uccisione dei Maestri d’Israele da parte di Re Yannài all’epoca di Shimon ben Shatach, cognato di Yannài, fu anch’essa conseguenza della rekhilut, com’è detto nel Talmud Bavli, Kiddushin (66a), si consulti colà. E l’uccisione del tana* rabbi Eliezer Hamodaì, che fu anche il motivo della distruzione di Betar, fu anch’essa causata dalla rekhilut, allorquando fu oggetto di delazione presso Ben Kozivà1, come spiegato nel Midrash Ekhà (Ekhà Rabbà 2, 4).


E per via dei guai inclusi in questo deplorevole vizio, la Torà ci ha ammonito in modo specifico a questo riguardo con un precetto negativo (Levitico 19, 16): «Non commettere delazione tra il tuo popolo ecc.», come spiegheremo in seguito. E ciò, a differenza dell’ira, della crudeltà, della frivolezza e degli altri vizi deleteri, che benché siano anch’essi responsabili della corruzione delle virtù e delle qualità spirituali, e benché anche a essi la Torà accenni in diversi passaggi (come esposto dai nostri Maestri), eppure non è dedicato loro un precetto negativo specifico tra i 613 [precetti della Torà].


E appare evidente anche un altro motivo per cui la Torà ha specificatamente ammonito riguardo alla maldicenza: ché se veramente osserviamo con precisione la lashon harà' e la rekhilut, vedremo che esse includono quasi tutti i precetti negativi e positivi che si possono elencare [tra gli obblighi] dell’uomo verso il prossimo, e molti [di quelli] dell’uomo verso D-o, come spiegheremo se D-o vorrà; perciò la Torà ci ha ammonito in modo specifico per non farci cadere in questa malefica trappola. E questo sarà spiegato più avanti con l’aiuto di D-o benedetto. E, indirettamente, se ne deriverà un grande beneficio anche riguardo ad altre leggi, e forse in questo modo l’istinto malvagio sarà colpito, quando si vedrà quanto grandi siano il trambusto e i guai che si provocano con la parola; e cominciamo questo argomento, con l’aiuto di Colui che fornisce la conoscenza all’uomo.


E dapprima bisogna conoscere le regole di queste leggi della lashon harà' e della rekhilut (dove lashon harà' significa dire del male del prossimo, e rekhilut significa raccontare a qualcuno il male che altri hanno detto di lui o gli hanno provocato)2: esse sono vietate perfino quando si tratta di verità, come - se D-o vorrà - sarà chiarito in seguito, [e ciò] secondo tutti i poskìm*. Inoltre, il divieto di lashon harà' e rekhilut vale sia in presenza del diretto interessato, sia in sua assenza. E non vi è differenza tra chi accetta e chi ascolta, come si spiegherà in seguito, laddove per “chi accetta” ci si riferisce a chi crede in cuor suo al racconto che gli viene raccontato dal maldicente, anche qualora egli non lo incoraggi a raccontare: basta che si accetti in cuor proprio la lashon harà' e la rekhilut che si è ascoltato per esser definito “colui che accetta un racconto vano” e trasgredire il divieto di (Esodo 23, 1) «Non accettare un racconto vano». Ognuna di queste regole ha radici e ramificazioni come gli altri passaggi della Torà, che D-o ci dia il merito di conoscerli alla perfezione.


E si sappia che ciò che è scritto più avanti, cioè che si trasgrediscono sia i precetti negativi, sia i positivi, sia le tre maledizioni – tutti elencati più avanti e connessi alla lashon harà' – ciò va inteso sia che si tratti di lashon harà', sia di rekhilut, sia di menzogna, sia di verità, e sono quelli che saranno chiamati nel corso di tutto il Pozzo d’Acqua Vivente “i quattro primi casi” (tranne dove sarà precisato esplicitamente che la cosa si applica solo a uno di loro). E non ci rimane che l’obbligo di precisare per ognuno dei precetti negativi o positivi se si applica [quando il racconto è fatto] in presenza [della persona coinvolta] o in sua assenza, a colui che racconta o a colui che accetta.


E per i precetti negativi che includono ognuno dei casi [citati] si farà riferimento nel Pozzo d’Acqua Vivente a “tutti gli otto casi”: cioè sia lashon harà' sia rekhilut, sia in presenza, sia in assenza, sia per chi racconta, sia per chi accetta, sia che si tratti di verità sia di menzogna. E si ricordi questa definizione perché non sarà ripetuta spesso nel corso di questa introduzione.


In principio, verranno spiegati alcuni precetti negativi che si trasgrediscono raccontando lashon harà' e rekhilut, in seguito alcuni precetti positivi e quindi alcune maledizioni che si attirano su di sé in questo modo, e altri gravi divieti che si provocano in questo modo.Questa introduzione è divisa in due parti: la parte interna si chiama Fonte di Vita, mentre la sua spiegazione si chiama il Pozzo d’Acqua Vivente3. Il motivo di questi nomi è già stato precisato nella prefazione. E nel Pozzo d’Acqua Vivente verrà spiegato a che caso si riferisce ogni precetto negativo o positivo e anche alcune regole addizionali. E cominciamo questo argomento, con l’aiuto di Colui che fornisce la conoscenza.


____________________
Note dei traduttori:
[1] Più noto con il nome di Bar Kokhvà.
[2] In questa traduzione abbiamo scelto di conservare fedelmente la terminologia ebraica lashon harà' e rekhilùt. Tuttavia, il lettore può familiarizzare con questi termini associando la lashon harà' al concetto di “maldicenza” e la rekhilùt al concetto di “delazione”.
[3] Si veda la nota 4 nella prefazione.



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Leggi della Maldicenza - Chafetz Chaim Precetti Negativi - Rabbi I. M. Hacohen Kagan


BS"D


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Traduzione di Ralph Anzarouth e Raphael Barki


Lashon Harà: Precetti Negativi


  1. Chi commette delazione verso il prossimo trasgredisce un precetto negativo, com’è detto (Levitico 19, 16): «Non commettere delazione tra il tuo popolo». Chi è un delatore? Chi raccoglie informazioni e si aggira tra la gente dicendo “Tizio ha detto di te tale cosa” o “ho saputo che Caio ti ha fatto questo e quest’altro”. Anche qualora si tratti di verità, questo atto distrugge il mondo. E c’è un peccato ancora più grave di questo, ed è la lashon harà', ed è inclusa in questo divieto, e la si commette quando si parla male del prossimo, anche qualora si tratti di verità. Invece [il peccato] di chi dice una menzogna si chiama motzì shem ra’, ovvero “diffamazione del prossimo”.

  2. E chi racconta o accetta [la maldicenza] trasgredisce anche il precetto negativo di (Esodo 23, 1) «Non accettare un racconto vano», perché [questo versetto, scritto in ebraico] si può leggere anche “non far accettare” e quindi questo divieto si applica a entrambi [sia a chi racconta che a chi accetta].

  3. E chi racconta trasgredisce anche il precetto negativo (Deuteronomio 24, 8): «Osserva molto attentamente le prescrizioni relative alla piaga della lebbra», e nel Sifra* (Bechukkotài 1, 3) viene spiegato che l’espressione della Torà “osserva molto” si riferisce a non dimenticarsi di fare attenzione [ed evitare] la lashon harà', affinché questo racconto maldicente non provochi la lebbra [a chi lo racconta].1

  4. Chi [la] racconta e chi l’accetta trasgrediscono anche il divieto (Levitico 19, 14) di «Non porre un ostacolo davanti a un cieco», perché ognuno di loro pone un ostacolo di fronte all’altro, per fargli trasgredire divieti della Torà. Ma qui c’è una differenza tra chi racconta e chi accetta: chi racconta trasgredisce un divieto, sia che lo ascoltino in pochi sia in tanti, e anzi, più sono gli ascoltatori e più cresce l’entità della trasgressione, perché pone un ostacolo di fronte a molte persone. Il caso di chi accetta è diverso: può succedere che egli trasgredisca questo divieto soltanto se si trova a essere l’unico ascoltatore della lashon harà' o della rekhilut, e che qualora se ne andasse, quell’altro non avrebbe più interlocutori cui raccontarla. Ma se quando viene detta una maldicenza ci sono altri ascoltatori all’infuori di lui, può darsi che chi l’ascolta non trasgredisca questo precetto negativo, bensì altri divieti elencati in questa introduzione - si consulti il Pozzo d’Acqua Vivente. E questo [vale] per chi si è aggregato [ad altri ascoltatori] dopo l’inizio del racconto, ma il primo [ascoltatore], davanti a cui si è cominciato a raccontare, certamente trasgredisce in ogni caso questo divieto, anche se poi si sono aggiunte altre persone per sentire questa chiacchiera infame, perché la trasgressione è cominciata a causa sua.
    E in ogni caso bisogna stare molto attenti a frequentazioni di questo tipo e a non riunirsi con loro, perché lassù vengono tutti segnati come membri di una cosca malfattrice, com’è scritto nel testamento di rabbi Eliezer il Grande che ordinò a suo figlio Horkenùs quanto segue: «Figlio mio, non stare mai in un gruppo di gente che sparla del prossimo, perché quando le parole salgono lassù, esse vengono iscritte nel libro, e tutti i presenti vengono catalogati come membri di una cosca malfattrice e maldicenti».

  5. Chi racconta lashon harà' trasgredisce pure il divieto (Deuteronomio 8, 11): «Fai attenzione a non dimenticare il Signore tuo D-o», che è un ammonimento ai buffoni, i quali, poiché deridono il prossimo e se ne fanno beffe, probabilmente ritengono di essere dei saggi e degli esseri superiori; in verità, se conoscessero i propri difetti, non deriderebbero il prossimo. Ed è noto il detto dei nostri Maestri nel Talmud Bavli (Sotà 4b), che il peccato di superbia è molto grave, come esposto colà, ed esso provoca che le spoglie del superbo non risorgeranno alla resurrezione dei morti, e [chi pecca di superbia] viene paragonato a un idolatra, e la presenza divina si lamenta di lui, e viene definito un abominio - si consulti il Talmud. E in particolare, se denigrando il prossimo egli rende onore a sé stesso, certamente trasgredisce questo divieto - oltre al fatto che i nostri Maestri, con la loro santa ispirazione, lo escludono dal mondo futuro dicendo (Talmud Yerushàlmi, Chaghigà 2, 1): «Chi si onora dell’onta del prossimo non ha parte nel mondo futuro».

  6. E chi racconta [la lashon harà'] e chi l’accetta trasgrediscono anche il divieto di (Levitico 22, 32): «Non profanate il Mio Santo Nome». Proprio perché non vi è [l’attenuante di] un desiderio o di un beneficio materiale a incoraggiare l’istinto malvagio ad avere la meglio, ne consegue che questo peccato è considerato assolutamente come una ribellione e come una mera soppressione del giogo del regno divino, e in questo modo si profana il nome divino. Quanto detto riguarda perfino un ebreo qualunque; e se in particolare si tratta di una persona importante, le cui azioni vengono osservate da molte persone, allora in questo modo il nome viene certamente profanato. E, a maggior ragione, se la trasgressione è stata commessa in pubblico, il peccato è sicuramente immenso e viene chiamato “profanazione del nome divino in pubblico”.

  7. E a volte, chi racconta trasgredisce pure il divieto (Levitico 19, 17) di «Non odiare il prossimo in cuor tuo», per esempio quando parla benevolmente con qualcuno, ma alle spalle ne dice del male ad altri, e a maggior ragione se ingiunge loro espressamente di non farglielo sapere – in questo caso è chiaro che si trasgredisce questo divieto.
8-9.  E a volte, chi racconta trasgredisce pure i divieti (Levitico
19, 18) di «Non vendicarti e non serbare rancore»: per esempio, se egli odia qualcuno che gli ha rifiutato un favore che gli aveva chiesto: un prestito, o cose di questo genere (come ho scritto nel Pozzo d’Acqua Vivente a nome di rabbi Eliezer da Metz), e per questo motivo gli serba rancore in cuor suo e quando scorge in lui qualcosa di negativo lo fa sapere ad altri. Costui dapprima trasgredisce il divieto di «Non serbare rancore», a causa del rancore che serba in cuore – e in seguito, quando si è vendicato e ha raccontato il difetto che gli ha scovato, trasgredisce [anche] il divieto di «Non vendicarti». In verità bisogna rimuovere [del tutto] la cosa dal proprio cuore.
  1. E se prende l’iniziativa di prestare testimonianza davanti a un tribunale rabbinico come testimone unico di un divieto infranto da un altro: poiché non ne può scaturire alcuna conseguenza utile – né in termini pecuniari, né per provocare un giuramento, né per provocare l’annullamento del suo stato precedente di persona degna di fede2 – essendo egli l’unico testimone dell’infrazione, in questo caso, ciò che fa serve solo a diffondere voci negative ai danni di quell’altro, e quindi trasgredisce in questo modo anche il divieto di: «Non si ergerà un testimone unico contro una persona per alcun peccato e per alcun delitto», e il tribunale deve percuoterlo per questo motivo.

  2. E tutto ciò che è stato esposto in precedenza vale quando chi racconta è uno solo o chi ascolta è uno solo. Ma se ci si unisce a una compagnia di balordi e maldicenti per raccontare loro [maldicenze] o per ascoltarne, si trasgredisce anche il precetto negativo di (Esodo 23, 2): «Non seguire la moltitudine per fare del male» (secondo la spiegazione di Rabbenu Yona, par. 50)3, che è un’ammonizione a non accettare di unirsi ai peccatori, quand’anche fossero numerosi, e si veda più avanti, al par. 6 dei Precetti Positivi, che con questa nefanda unione si trasgredisce anche un precetto positivo; e si consulti supra il par. 4 dove si è esposto questo argomento a nome del Pirké Derabbì Eliezer, nel testamento a suo figlio.

  3. E se con questa maldicenza prolunga la discordia, si trasgredisce anche il divieto (Numeri 17, 5) di «Non essere come Kòrach e la sua congrega», che è un’ammonizione a non perpetuare la discordia, come spiegato nel Talmud Bavli, Sanhedrin (110a).

  4. E ci si imbatte spesso in un altro divieto, che è quello relativo a ciò che sono soliti fare coloro che umiliano qualcuno [ricordandogli] le sue azioni di un tempo, o una tara familiare, o il suo scarso acume [nello studio] della Torà o nel suo mestiere - ognuno secondo il suo caso - quando gli si dice qualcosa che lo irriterà o lo turberà, e non potrà reagire, anche qualora la cosa venga detta in privato, si trasgredisce il precetto negativo di (Levitico 25, 17) «Non danneggiatevi l’un l’altro», che si applica all’offesa verbale, com’è spiegato nel Talmud Bavli, Bava Metzia (58b), e a maggior ragione allorquando questa [offesa] venga cagionata in pubblico. E risulta quindi che chi biasima il prossimo, con rekhilut o con lashon harà', in privato o davanti a terzi, oltre al divieto di lashon harà' e rekhilut, come esposto in precedenza, trasgredisce anche questo precetto negativo.

  5. E se si è ecceduto nell’offesa di qualcuno, con il biasimo di cui sopra e in modo simile, in privato o in pubblico, al punto che il suo volto ne risulti alterato, si trasgredisce anche il divieto di (Levitico 19, 17): «Non ti rendere colpevole nei suoi confronti», con il quale la Torà ci avverte di non imbarazzare un altro ebreo, anche qualora lo si rimproveri privatamente – e cioè di non parlargli duramente al punto da farlo vergognare, e a maggior ragione quando non lo si fa per rimproverarlo e quando ci si trova di fronte a terzi. E questo vale quando [l’umiliazione] non è stata fatta in pubblico, ma i nostri Maestri già hanno reciso dal mondo futuro chi lo illividisce in pubblico, e hanno detto (Avot 3, 11): «Chi fa impallidire il volto del prossimo non ha parte al mondo futuro».
    [E si sappia che questa trasgressione è molto frequente presso i delatori per via di ciò che si chiama nel linguaggio ashkenazita oys firin4, e ciò verrà spiegato ora nella lingua santa, affinché si capisca quanti divieti della Torà si trasgrediscono per mezzo di questo infame difetto. Cioè, quando Reuvèn dice a Shimon: “Levi mi ha detto questa e quest’altra cosa su di te” (e in questo modo Reuvèn trasgredisce il divieto di «Non commettere delazione tra il tuo popolo» e altri precetti negativi e positivi come già esposto), Shimon crede alle sue parole (e trasgredisce il divieto di «Non accettare un racconto vano» e altri precetti negativi e positivi come già esposto). Quando poi Shimon incontra Levi, incomincia a insultarlo e umiliarlo (e trasgredisce il divieto di «Non danneggiatevi l’un l’altro»: difatti, se pure egli accetta la maldicenza, e pensa che Levi abbia veramente sparlato di lui, forse che ciò gli permette di offenderlo?). E Levi sta lì sorpreso: “Perché e per che cosa mi insulti?” Finché Shimon in preda all’ira gli rivela: “Perché hai sparlato di me con Reuvèn? E pensi forse che io non ne sia al corrente? Me l’ha raccontato Reuvèn!” (e trasgredisce così anche il divieto di «Non commettere delazione» ecc., la quale, come spiegato da tutti i poskìm*, include i casi in cui si tratta di verità). E Levi gli spiega la cosa dicendo: “Reuvèn ti ha mentito al mio riguardo e mi hai insultato senza motivo.”
    E quando poi Shimon incontra Reuvèn, il cattivo istinto lo istiga a completare accuratamente questa brutta faccenda e gli dice: “Con la tua menzogna mi hai indotto ad aggredire Levi senza motivo! E lui mi ha detto che sono tutte fandonie!” E un peccato tira l’altro, e Reuvèn gli risponde: “Vieni con me e vedrai che ripeto la mia versione proprio davanti a lui!” E poiché chi vuole far del male viene aiutato5, e quindi Shimon va con lui, incontra Levi e dice a Reuvèn: “Ripetilo davanti a lui”! E quello si veste d’arroganza e afferma: “Tu mi hai detto di lui questo e quello” (e trasgredisce ancora una volta il divieto di
    «Non commettere delazione», come già detto, anche se si tratta di verità), e subito Levi impallidisce (e Reuvèn trasgredisce anche il divieto di «Non ti rendere colpevole nei suoi confronti», come già detto). E Levi risponde: “È vero che ho parlato, ma non in questo modo e con questo tono”. Ed è noto che basta una sola modifica per cambiare il senso di alcune cose. E Shimon gli risponde: “Adesso, anche se neghi mille volte, non ti credo più, ora che ha ripetuto la sua versione davanti a te (e trasgredisce anche il divieto di «Non accettare un racconto vano», come verrà spiegato più avanti, che la Torà vieta di credere sotto qualunque forma – e se questo scellerato ha avuto la sfacciataggine e l’arroganza di ripetere davanti a Levi, viene forse annullato per questo motivo il divieto di «Non accettare un racconto vano»? Ciò sarà spiegato più avanti, se D-o vorrà, nella Regola 7, 2).
    Come si può osservare, alcune delle trasgressioni esposte sopra sono il risultato di questo spregevole difetto; se Reuvèn avesse seguito le vie di D-o benedetto, avrebbe dovuto stare zitto e prendere su di sé il sospetto di Shimon, che l’avrebbe sospettato di mentire riguardo a Levi, anziché andare con lui da Levi e aggiungere ulteriori peccati al primo che aveva commesso, la delazione. Che D-o ci protegga da questo orrendo difetto!]
  6. E se si parla di un orfano o di una vedova, anche se ricchi, e si è detto del male di loro in loro presenza, si trasgredisce anche il divieto di (Esodo 22, 21) «Non umiliare la vedova e l’orfano», con il quale la Torà ci ha ammonito di non molestarli o addolorarli in alcun modo. E la Torà ne specifica la punizione (Esodo 22, 23): «E la mia collera si accenderà e vi ucciderò».

  7. E a volte si trasgredisce anche il divieto di adulazione che, secondo molti gheonìm* (il Baal Tosafòt* e il gaòn* rabbi Eliezer di Metz, e rabbi Shelomò Ben Gheviròl), è un divieto vero e proprio, e si tratta del divieto (Numeri 35, 33) «Non disonorate la terra». Cioè, se la maldicenza e la delazione sono dette con l’intenzione di adulare chi le ascolta, perché si sa che anche lui già prova astio verso quell’altro, e in questo modo si conta di ingraziarselo – e si tratta di un peccato criminale: perché non solo ci si astiene dal rimproverarlo (che è un precetto positivo della Torà) per l’astio che prova verso quell’altro, ma per di più con il proprio racconto si rinforza l’acredine che già c’era tra di loro, e in questo modo persisterà sempre di più nella sua malvagità, e si causerà quindi un nuovo attrito e altri guai ancora, che D-o ce ne guardi.
    E si sappia che, a causa delle nostre molte colpe, questo peccato è molto frequente: cioè, quando viene detto del male di qualcuno, e chi ascolta – malgrado si renda conto che ciò che gli viene detto non sia permesso – ciononostante egli annuisce con la testa [nell’udire] quelle parole, e rincara la dose con la sua lingua, aggiungendo espressioni di disprezzo – perché chi racconta a volte è una persona importante o qualcosa del genere, e se ne traggono dei vantaggi, o si teme di essere ritenuti da lui poco intelligenti o qualcosa del genere. E perciò l’istinto malvagio lo spingerà, sotto pressione, ad essere d’accordo con lui a questo proposito. Ma sappia il mio fratello lettore che questo è un peccato di adulazione, perfino se ci si limita a emettere qualche parola, come spiegato nel Pozzo d’Acqua Vivente.
    E ad argomenti di questo tipo si riferisce ciò che è detto (Proverbi 23, 2): «E se sei assennato, ficcati un coltello in gola». L’uomo è tenuto a mettersi in pericolo pur di non macchiarsi di un simile peccato. E secondo la Torà bisogna in ogni caso farsi forza quando ci si trova in questa situazione, e non assecondare nemmeno con un cenno, dal quale si potrebbe dedurre che si è d’accordo con quanto viene raccontato; e a questo si riferisce il detto dei nostri Maestri nel Talmud Bavli, ’Eduyot (5, 6): «È meglio essere ritenuti stupidi per tutta la vita, [piuttosto che essere colpevole di fronte a D-o perfino per un momento]». E questo vale anche quando si intuisce che non servirà a niente rimproverare chi racconta, perché nel caso contrario si ha certamente anche l’obbligo di redarguirlo per questa cosa, come verrà spiegato con l’aiuto di D-o nelle Leggi della rekhilut, Regola 6.

  8. E a volte c’è ancora un divieto: è frequente, a causa delle nostre molte colpe, che si dica lashon harà' sotto l’effetto della collera, e al momento del misfatto si maledica anche, e a volte perfino usando il nome [di D-o], seppure in lingua straniera. E in questo modo si trasgredisce il divieto assoluto di (Levitico 19, 14) «Non maledire il sordo» (laddove l’intenzione del testo è “perfino il sordo, e a maggior ragione chi sordo non è”, come spiegato nello Shulchan 'Arukh, Choshen Mishpat, 27, 1).

Abbiamo quindi enumerato diciassette precetti negativi che si trasgrediscono con la lashon harà' e la rekhilut, anche se le si racconta soltanto a un ebreo. E se si sparla di un ebreo davanti ad uno straniero, il divieto si fa più grande e più grave, e si incappa a volte nella questione del massùr6, come verrà spiegato se D-o vorrà nelle Leggi della Maldicenza, Regola 8. E molti dei divieti citati - per i quali è prevista la pena di morte per atto del Cielo, come nel caso del biasimo di una vedova e di un orfano e in quello della profanazione del nome di D-o, e molti dei quali hanno ripercussioni sul mondo futuro, come nel caso in cui si fa impallidire il prossimo in pubblico e quello in cui si aumenta il proprio onore denigrando il prossimo - incombono su chi ha l’abitudine di [macchiarsi di] questo grave peccato della lashon harà' e della rekhilut, come verrà spiegato in seguito, se D-o vorrà.


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Note dei traduttori:
[1] È probabilmente necessario ricordare qui che i nostri Maestri ci hanno insegnato che la lebbra descritta dalla Torà è una piaga inflitta dalla giustizia divina per distogliere i maldicenti dal loro peccato.
[2] Il testo originale usa il termine chezkàt kashrut, modalità per la quale la persona di cui si parla conserva lo stato che gli si era attribuito in precedenza: per esempio, se prima era considerato un testimone credibile, lo rimane; se era considerato proprietario di un campo, lo rimane; se era considerato un kohèn, lo rimane; e così via. Questo succede perché una testimonianza individuale (anche a sfavore) non è sufficiente a modificare lo stato precedente.
[3] Nello Sha’arè Teshuvà (3, 50) Rabbenu Yona spiega che questo divieto proibisce di incoraggiare i peccatori e ammonisce contro l’unirsi a chi acconsente al peccato.
[4] Espressione yiddish che descrive l’attitudine di chi polemizza e vuole sempre avere l’ultima parola.
[5] Qui l’autore allude all’insegnamento dei nostri Maestri secondo il quale l’uomo viene aiutato dalla Provvidenza nella direzione che ha scelto: sia che voglia fare del bene, sia che intenda commettere un peccato.
[6] Letteralmente: “il consegnato”. È il termine che si usa per designare la vittima di una delazione, la quale ne provoca la cattura da parte di agenti ostili (o comunque gli causa serie avversità di qualunque altra natura).


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Tratto dal sito www.anzarouth.com : Leggi della Maldicenza, Hafetz Haim, Rabbi Israel Meir Kagan, Edizioni Morashà, traduzione e note a cura di Ralph Anzarouth e Raphael Barki

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Leggi della Maldicenza - Chafetz Chaim Precetti Positivi - Rabbi I. M. Hacohen Kagan


BS"D


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Traduzione di Ralph Anzarouth e Raphael Barki


Lashon Harà: Precetti Positivi


E ora ci accingiamo, con l’aiuto di D-o benedetto, a spiegare alcuni precetti positivi che vengono trasgrediti quando si racconta lashon harà' e rekhilut, come ci siamo proposti in precedenza, e cominciamo questo argomento con l’aiuto della mia rocca e redentore. Il delatore del prossimo, oltre ai divieti elencati in precedenza, trasgredisce anche alcuni precetti positivi, e con l’aiuto di
D-o benedetto essi verranno spiegati uno a uno.

  1. Si trasgredisce in questo modo il precetto positivo di (Deuteronomio 24, 9) «Ricorda ciò che ha fatto il Signore tuo D-o a Miriàm durante il cammino ecc.», con il quale la Torà ci ha avvertito di ricordare sempre verbalmente la grande punizione che ha inflitto D-o benedetto alla profetessa, Miriàm la giusta, che ha parlato soltanto di suo fratello che amava quanto sé stessa, e l’ha cresciuto sulle sue ginocchia, e si è messa in pericolo per salvarlo dalle acque, e non l’ha redarguito se non comparandolo agli altri profeti, e non ha parlato davanti a lui mettendolo in imbarazzo, e nemmeno in pubblico, bensì in disparte con il suo santo fratello [Aharòn], e Moshè non se n’è offeso, com’è scritto (Numeri 12, 3): «E l’uomo Moshè è molto umile» – e, ciononostante, tutte le sue buone azioni non sono bastate ed è stata punita con la lebbra. A maggior ragione le altre persone, gli stolti che tengono ripetutamente grandi discorsi sul prossimo, verranno di certo severamente puniti per questo.

  2. E si trasgredisce con questo racconto anche il precetto positivo di (Levitico 19, 18) «Ama il tuo prossimo come te stesso», col quale ci è stato ingiunto di fare attenzione ai beni del prossimo così come si fa attenzione ai propri; e di fare attenzione all’onore del prossimo e dirne del bene, così come si fa attenzione al proprio onore. E colui che dice lashon harà' e rekhilut del prossimo, o che l’accetta, anche se si tratta di verità, dimostra senza ombra di dubbio di non amarlo per niente, e quindi a maggior ragione non rispetta il precetto «[Ama il tuo prossimo] come te stesso».
    E la prova suprema di questo è che ognuno conosce i propri difetti, e malgrado ciò, non si vuole assolutamente che gli altri ne scoprano nemmeno uno su mille. E se succede che appena una piccola parte dei propri difetti si renda nota a qualcun altro, e che questi lo racconti ad altri, malgrado ciò ci si aspetta e si spera che magari D-o farà sì che le sue parole non verranno accettate e nessuno gli crederà; e tutto ciò per non apparire agli altri un uomo poco onesto; e questo nonostante si sappia di avere moltissime pecche, ben più di quante siano state divulgate da quell’altro! Eppure, l’immenso amore che si prova per sé stessi fa sì che tutti questi argomenti siano respinti. Secondo la Torà, proprio così bisogna agire nei confronti degli altri: aver cura del loro onore in ogni modo.
    E non a caso la Torà ci ha tramandato la vicenda di Noè (Genesi 9, 21-22): «Egli bevve, si ubriacò, e si denudò [...] e Cham vide [...] e Shem e Yàfet coprirono la nudità del loro padre», e la Torà ci ha anche raccontato la benedizione con la quale Noè li benedisse e che infine si avverò – per mostrarci quanto sia grande questa virtù, per la quale si devono occultare le carenze del prossimo con tutte le proprie forze, così come si fa riguardo ai propri difetti.

  3. E a volte si trasgredisce anche il precetto positivo di (Levitico 19, 15) «Giudica il prossimo con benevolenza». Per esempio, quando si vede qualcuno esprimere un’affermazione o compiere un atto che possano essere interpretati positivamente e a suo favore, oppure al contrario: anche qualora si tratti di un benonì*, la Torà ci impone questo precetto positivo, [e cioè] di giudicarlo favorevolmente (e se si tratta di un uomo timoroso di D-o siamo tenuti a giudicarlo favorevolmente anche nei casi in cui gli elementi a carico sono più pesanti di quelli a favore). E chi ne dice del male per via di quell’affermazione che ha detto o di quell’atto che ha compiuto, e anche chi [ascolta il biasimo e] lo accetta, rinforzando dentro a sé il disprezzo verso la persona di cui ha sentito parlare, anziché giudicarla favorevolmente, trasgredisce questo precetto positivo.

  4. E se con questo racconto di lashon harà' o di rekhilut si danneggia il prossimo, al punto da fargli perdere i mezzi di sostentamento, per esempio quando qualcuno, istigato dal suo cuore malvagio, fa sapere in giro che una certa persona non è degna di fiducia; o se quella persona fa un [determinato] mestiere, e si dice di lui che non è adatta a quel mestiere; in tutti i casi di questo tipo si trasgredisce anche il precetto positivo (Levitico 25, 35): «E lo aiuterai, anche se è un convertito o un residente, e vivrà con te» e più avanti (v. 36) «E tuo fratello vivrà con te» – con questo precetto la Torà ci comanda di aiutare l’ebreo che si sta impoverendo, elargirgli un dono o un prestito, associarsi a lui o trovargli un lavoro affinché si risollevi e non venga a cadere e dipendere [dalla tzedakà*] degli altri, e a maggior ragione ci è ordinato di non arrecargli la perdita dei suoi mezzi di sostentamento.

  5. E a volte, accettando la lashon harà' e la rekhilut, si trasgredisce anche il precetto positivo di (Levitico 19, 17) «Rimprovera il prossimo». Per esempio, se ci si accorge che qualcuno sta per raccontarci una maldicenza, e si sa che egli accetterebbe la nostra obiezione, perfino se non se ne ha la certezza assoluta, si è tenuti dalla Legge a rimproverarlo, affinché non porti a termine il peccato. Perciò, se lo si lascia completare la maldicenza nei confronti del prossimo, si infrange certamente questo precetto positivo.
    [Ed è anche contrario alla Legge decidere durante l’ascolto di rimproverare il maldicente alla fine del racconto: è forse possibile vedere un amico ebreo che sta mangiando maiale, che D-o ce ne liberi, e lasciarlo mangiare, basandosi sull’intenzione di redarguirlo alla fine? È chiaro che la Legge impone di redarguirlo immediatamente, forse accetterà il rimprovero e smetterà di mangiare, poiché ogni misura di kazàit mangiata è un peccato a sé stante1. Ed è così anche nel nostro argomento, ogni espressione di biasimo rappresenta una trasgressione a sé stante. A meno che non si veda che lasciandolo terminare il discorso, si potrà agevolmente convincere gli astanti (in virtù del discorso stesso) che si tratta di diffamazione e niente più; oppure a volte la Legge dice di lasciarlo terminare il discorso perché si tratta di informazioni che bisogna conoscere per mettersi in guardia (come verrà spiegato in seguito, se D-o vorrà, nelle Leggi della Maldicenza, Regola 6).
    Ma se si vede che si tratta solo di offese gratuite verso qualcuno, o soltanto di lazzi e pagliacciate sul prossimo, è certo che chi rimprovera subito ed evita all’altro questo [peccato] compie una grande
    mitzvà*, e questo perfino quando ci sono altre persone presenti oltre a lui. E per quanto riguarda «[Non porre un ostacolo] davanti a un cieco», si consulti il Pozzo d’Acqua Vivente (Precetti Negativi, par. 4).]

  6. E tutto ciò che si è detto finora vale perfino se il biasimo è stato espresso in privato, ma se ci si aggrega ad una banda di mascalzoni e maldicenti per poter sparlare di qualcuno insieme a loro, o per ascoltare le loro maldicenze, si trasgredisce anche il precetto positivo di (Deuteronomio 10, 20) «Attàccati a Lui», e i commenti dei nostri Maestri su questo precetto (Talmud Bavli, Ketubot 111b) vengono a [insegnare ad] attaccarci ai Maestri della Torà e a tenerci assiduamente in loro compagnia in tutte le occasioni possibili, perfino a mangiare e bere con talmidè chakhamìm*, a commerciare con loro e a connettersi a loro in ogni modo possibile, e ciò al fine di imparare dalle loro azioni. E perciò, certamente, chi fa il contrario di questo e si aggrega a una banda di balordi trasgredisce questo precetto positivo.
    [E, a maggior ragione, come accade di frequente a causa delle nostre molte colpe, durante il santo shabbat, dopo il terzo pasto, quando alcune compagnie di studiosi si riuniscono e ovviamente discutono delle parole del D-o Vivente; altre persone discutono di vanità terrestri e sulle loro lingue si avvicenderanno certamente maldicenze, lazzi e pagliacciate. Quindi, chi si discosta dagli studiosi di Torà e presta orecchio a [ciò che dice] quella banda di cialtroni per sentirne i frivoli racconti – trasgredisce questo precetto positivo, oltre alla trasgressione di «Non seguire la moltitudine per fare del male», come esposto in precedenza tra i precetti negativi al par. 11, e si consulti colà quanto esposto a questo riguardo nel par. 4, a nome del testamento di rabbi Eliezer il Grande.
    E perfino quando non ci sia qualcuno [di valido] a cui aggregarsi, è una grande
    mitzvà* di tapparsi la bocca e sedersi in disparte, anziché unirsi a quelle malvagie congreghe, come dissero i nostri Maestri: «Ogni istante in cui l’uomo tiene la bocca chiusa lo rende degno della luce nascosta che nessun angelo o creatura possono immaginare».]

  7. E quanto detto [vale] perfino se non ci si trova in un bet midràsh* (casa di studio); ma quando si dicono lashon harà' e rekhilut nel bet midràsh o in sinagoga, si trasgredisce pure il seguente precetto positivo (Levitico 19, 30): «Abbiate timore del Mio santuario» – e il nostro bet midràsh è considerato [anch’esso] un santuario, come lo spiegano i poskìm*, e in questo versetto ci è ingiunto di provare timore per Colui che vi dimora; perciò nel bet midràsh non si fanno i conti se non quelli che riguardano i precetti [della Torà], come i fondi di beneficenza e così via. E, a maggior ragione, nel bet midràsh son vietati lazzi, frivolezze e chiacchiere inutili, e a questo fine nessuna condizione2 è in grado di cancellare questa restrizione, come è spiegato nello Shulchan 'Arukh (Òrach Chaìm, 151, 11). E, a maggior ragione, è vietato dire in questi luoghi lashon harà' o rekhilut per il timore di D-o Santo che vi è presente, oltre al grave divieto di per sé stesso; e il fatto di sparlare [proprio là] dimostra che non si crede che il Santo, benedetto Egli sia, sia presente in quella casa, e perciò si osa perfino avere l’arroganza di parlare nella reggia contro il volere del re.
    [E questo è il testo dello Zòhar, Parashà di Terumà: «Chi profferisce in sinagoga parole profane: povero lui, perché dimostra un distacco! Povero lui, che riduce la fede! Povero lui, che non aderisce al Signore d’Israèl! Poiché in questo modo egli prova che non c’è D-o, che non si trova in quel luogo, se ne dissocia , non Lo teme, e si comporta in modo ingiurioso nei confronti della riparazione celeste.»]

    E perfino coloro che studiano regolarmente nel bet midràsh, e a cui è permesso mangiare e bere al suo interno, come è spiegato nello Shulchan 'Arukh (Òrach Chaìm, 151, 1), perfino loro, se commettono l’infrazione di pronunciare lazzi, amenità, lashon harà' e rekhilut all’interno del bet midràsh, trasgrediscono il precetto positivo: «Abbiate timore del Mio santuario», oltre al divieto stesso [di lashon harà' e rekhilut], come ha detto il Maghèn Avrahàm [Òrach Chaìm, 151, 2]: «E forse che i talmidè chakhamìm non sono tenuti ad avere timore del santuario? [Infatti] è permesso loro unicamente di mangiare e di bere, e questo soltanto perché studiando essi nel bet midràsh, dovrebbero uscirne per mangiare e bere, trovandosi quindi a sprecare tempo [utile] allo studio», si consulti colà nel Maghèn Avrahàm. E quanto alle chiacchiere ordinarie, quelle che non trattano di pagliacciate, quando si tratta di talmidè chakhamìm* nel bet midràsh, si consulti quanto scritto con l’aiuto di D-o nel terzo volume3.
    [E visto che stiamo trattando del grave divieto di parlare di argomenti vani in sinagoga, ho deciso di trattare dell’enorme pericolo che questo atto provoca. E infatti è frequente, a causa delle nostre molte colpe, che uno cominci a raccontare al vicino i fatti suoi, mischiati a lashon harà' e rekhilut dall’inizio alla fine – prima della lettura della Torà; l’assemblea comincia la lettura della Torà quando il racconto non è ancora finito, e l’istinto malvagio lo provoca a non lasciare la storia a metà ed a continuare la sua lashon harà' durante la lettura. E spesso si tratta di una della persone importanti, che occupano i posti orientali della sinagoga4 ed il suo peccato è osservato da tutti, ed in questo modo profana D-o in pubblico, cioè davanti a dieci ebrei, ed il suo peccato è ben più grave di una semplice profanazione di D-o, come è spiegato nel Sefer Hamitzvot di Rambam (Precetti Negativi, par. 3, si consulti colà), e trasgredisce pure il divieto «Non profanate il Mio Santo Nome».]
    E si veda ora quanti divieti ha trasgredito costui: a) il divieto di
    lashon harà' e rekhilut, che già de sé include [la trasgressione di] parecchi precetti negativi e positivi; b) il divieto «Non profanate il Mio Santo Nome» davanti a dieci ebrei; c) ha negletto la lettura della Torà. Perfino se gli è mancato un solo versetto o perfino una sola parola, si tratta di un peccato criminale e una colpa insostenibile, ed è detto perfino di chi esce durante la lettura «Coloro che abbandonano D-o svaniranno», come esposto nel Talmud Bavli, trattato di Berakhot (foglio 8a). A maggior ragione per costui, che sta in sinagoga e la cui voglia di chiacchiera e di maldicenza lo distolgono dall’ascoltare le parole di D-o Vivente.
    E quante volte ciò succede di shabbat, in cui il peccato è molto più grave che negli altri giorni, come è spiegato in diversi libri santi; e a volte è successo a chi ha l’abitudine di parlare in sinagoga o nella casa di studi di terminare il proprio racconto perfino durante il
    Kaddish, impedendo in questo modo a sé stesso di dire “Amèn Yehè Shemè Rabà”, formula la cui pronuncia ha un valore altissimo secondo il Talmud, come hanno detto i nostri Maestri: «Perfino chi ha una punta di eresia, lo si perdona.» E [invece] perfino chi risponde, se non risponde in tempo è un Amèn troncato e, che D-o ce ne guardi, i suoi figli saranno orfani per questo motivo, poiché perfino se l’Amèn è ritardato soltanto dalla pigrizia si incorre in questa maledizione, come si capisce dai poskìm*. E a maggior ragione costui, che neglette l’ “Amèn Yehè Shemè Rabà” a causa delle sue lashon harà' e rekhilut.
    E soprattutto, trasgredisce nel contempo un quarto divieto, e cioè [quello di condurre] chiacchierate futili in sinagoga o nella casa di studi, che è un divieto grave, spiegato nello
    Shulchan 'Arukh e, come esposto in precedenza, si applica a maggior ragione alla lashon harà' ed alla rekhilut. E guai a chi racconta ed a chi ascolta! E il Gaòn di Vilna ha già scritto nella sua santa lettera Alìm Litrufà (Erbe Curative)5 che per ogni chiacchiera si è condannati a scendere nelle abissali profondità degli inferi, e non si possono calcolare i guai ed i tormenti che si soffrono per ogni singola chiacchiera, e non se ne perde nemmeno una, si consulti colà.]

  8. E se si dice lashon harà' o rekhilut di un anziano, e lo si è criticato così in sua presenza, perfino se questo anziano è un ignorante, si trasgredisce il precetto positivo (Levitico 19, 32): «Rispetta l’anziano» (e anche se l’anziano di cui parla la Torà è il saggio erudito, i nostri Maestri spiegano che l’obbligo del rispetto si riferisce anche alla parola “canizie” inclusa nella frase precedente). Perché il rispetto si dà onorando con parole, cioè parlando all’anziano con riguardo e deferenza. E quando lo si critica, chiaramente non lo si rispetta. E pure se si tratta di un saggio, anche se non anziano, si trasgredisce questo precetto positivo, perché l’anziano di cui parla la Torà è il saggio erudito, come abbiamo spiegato, e cioè “colui che ha acquisito la Torà” (e inoltre, così facendo a volte si ricade nel grave divieto di umiliare i talmidè chakhamìm* con il quale, secondo la Legge, si rientra nella categoria degli eretici, e questo argomento verrà esposto a lungo più avanti, se D-o vorrà). E se si tratta di un anziano che è anche un saggio, si trasgredisce doppiamente il divieto di «Rispetta l’anziano».

  9. E se l’oggetto della maldicenza è un kohèn e lo si critica in sua presenza, si trasgredisce anche il precetto positivo (Levitico 21, 8): «E lo santificherai», con il quale ci è ingiunto di trattare [i kohanìm] con molto rispetto. E chi dice lashon harà' o rekhilut di un kohèn e lo umilia, in questo modo certamente non lo tratta con rispetto e [quindi] commette una trasgressione.

  10. E se si tratta del proprio fratello maggiore, o del marito della madre, o della moglie del padre, si trasgredisce anche il precetto positivo di onorare [i genitori], perché [questi gradi di parentela] vengono aggiunti per via della particella “veèt”6, come è insegnato nel Talmud Bavli (Ketubot 103a). E a maggior ragione se, D-o ce ne liberi, [si sparla] proprio dei propri genitori, allora certamente si trasgredisce il precetto positivo di onorare il padre e la madre. Ed in più si trasgredisce anche (Deuteronomio 27, 16) «Maledetto chi disprezza suo padre e sua madre», che D-o ce ne guardi.

  11. E più di tutto si trasgredisce il precetto positivo (Deuteronomio 6, 13) «Temi il Signore tuo D-o», con il quale ci viene ingiunto di provare timore al cospetto di D-o benedetto nel corso di tutta la nostra vita. E quando ci si trova di fronte a una prova, ci è imposto di spronare il nostro spirito in quel frangente a capire che il Santo, benedetto Egli sia, osserva ogni atto degli esseri umani, e rende loro la pariglia secondo la malvagità delle loro azioni; e in questo modo si evita di violare la volontà del nostro Creatore, e certamente chi abbandona il proprio animo a questo grave peccato di lashon harà' e rekhilut infrange questo precetto positivo.
    [E già che si tratta di questo precetto, ho risolto di avvertire anche riguardo a ciò che è frequente, a causa delle nostre molte colpe: trasgredire il divieto di pronunciare il nome di D-o invano, che deriva da questo precetto positivo, come spiegato nel Talmud Bavli, Temurà (4a)7. Ossia, si vede a volte qualcuno indignato da un atto contrario alla regola della Torà (che sia nei confronti di D-o o nei confronti del prossimo); ed è frequente, a causa delle nostre molte colpe, che i maldicenti glielo rinfaccino poi con scherno: «Guardate quello, anche lui si è vestito dei panni del timore [di D-o] e anch’egli combatte la battaglia del Signore Tzeva-òt, eppure egli stesso è un peccatore ancora più di quell’altro», e [si aggiungono] tante altre chiacchiere su di lui.
    Ed ecco, su questo cialtrone si può veramente dire che un peccato tira l’altro, perché per via del gravissimo divieto di
    lashon harà' si è spinto fino al pronunciare il nome di D-o invano, come stabilito nello Shulchan 'Arukh (Yorè Deà, 276, 9), che Tzeva-òt è anch’esso uno dei 7 nomi [di D-o] che è vietato cancellare. E il nome Tzeva-òt, perfino senza il nome di D-o [accanto], è anch’esso un nome di per sé stesso, e ne è la prova il Talmud Bavli, Shevuot (35a), nella Mishnà: «Vi faccio giurare […] per Tzeva-òt», e questa affermazione non è contestata poi nella Ghemarà, si consulti colà. Ed è noto il detto dei nostri Maestri riguardo alla gravità della punizione per chi pronuncia il nome di D-o invano, che per questo motivo è passibile di scomunica e si impoverisce, che D-o ce ne guardi, com’è scritto nel Talmud Bavli, Nedarìm (7b), si consulti colà. Perciò chi ha premura di sé si allontani molto da questo [peccato].]

  12. E soprattutto, mentre si racconta lashon harà' e rekhilut, si trasgredisce il precetto positivo di studiare la Torà, che è un precetto positivo a sé stante, come spiegato nel Mishnè Torà di Rambam (Regole dello Studio della Torà, cap.1) e nel suo Libro delle Mitzvòt (precetto positivo 11), e in tutte le liste che enumerano le mitzvòt*. E la ricompensa per questo precetto positivo è illimitata, poiché equivale alla somma di tutte le altre, come spiegato nella Mishnà, Peà (1, 1), e nel Talmud Yerushàlmi, Peà (1, 1), che le mitzvòt tutte assieme non valgono quanto una parola di Torà, e anzi, la punizione per chi la tralascia equivale alla somma di tutti i peccati, come hanno detto i nostri Maestri (Introduzione a Ekhà Rabbatì, par. 2): «Il Santo, benedetto Egli sia, ha sorvolato riguardo al peccato dell’idolatria, delle unioni proibite e dello spargimento di sangue, ma non riguardo al peccato [commesso] da chi trascura la Torà.»
    E a volte, in altri momenti, si può uscire dal giudizio celeste assolti da questo peccato, poiché si era concentrati sull’acquisizione dei mezzi di sostentamento o sulla riflessione circa il modo di acquisirli.
    [Ma anche qui bisogna prestare molta attenzione a non investire più tempo di quanto sia veramente necessario, e a non cedere allo spirito malvagio a questo riguardo, perché questi direbbe che tutto è necessario. Caro lettore, esamina e osserva come su questo argomento lo spirito malvagio oscuri i nostri occhi: perché non è forse tipico della natura umana, che quando qualcuno riceve dal prossimo (che è fatto di carne e ossa come lui) un favore disinteressato, o se si è un artigiano incaricato da un cliente di compiere un lavoro – più elevato è il compenso e più il primo si inchina ed è solerte nell’eseguire al meglio il suo compito? E invece, nel servizio del Re del mondo, nel quale siamo parimenti considerati dei salariati, secondo il detto dei nostri Maestri «Noi siamo dei salariati», lo spirito malvagio perverte il nostro cammino e lo rovescia completamente: più il Santo, benedetto Egli sia, aumenta i benefici e fa prosperare il commercio, più lo spirito malvagio induce a dire: “Ora, vista la ricchezza che D-o ti ha dato, sei obbligato ad abitare in una casa più bella, e a vestire abiti di lusso, comportarti come gli abbienti – e se non lo farai sarai messo alla berlina davanti ai tuoi amici, e perciò devi annullare questa volta il tuo studio regolare [della Torà] per viaggiare verso tale e tal posto al fine di fare quattrini”.
    E poi, dopo che il Santo, benedetto Egli sia, lo ha aiutato e lo ha elevato sulla vetta, lo spirito malvagio lo istigherà a intraprendere altri affari ancora. E quando non potrà più occuparsi personalmente di tutte queste attività, lo spirito malvagio gli mostrerà ancora un’altra necessità, e gli dirà: “Ora, con tutte queste attività che ti ha dato il Santo, benedetto Egli sia, devi assolutamente ingaggiare molte persone sotto la tua direzione, e assegnare a ognuno di loro il suo compito, affinché ti assistano negli affari, e tutta questa impresa apparterrà solo a te”. E giorno dopo giorno, le sue attività si moltiplicano e così pure i suoi grattacapi. In breve, la conclusione è che più il Santo benedetto Egli sia, aumenta la sua bontà verso di lui e gli prodiga il successo nelle sue imprese, più lo spirito malvagio lo provoca dimostrandogli la necessità di tralasciare la Torà e il servizio [di D-o], finché alla fine non gli lascerà neanche un momento, nemmeno per pregare insieme al pubblico; e lo spirito malvagio gli mostrerà durante tutto questo [percorso] che ciò è necessario per via della sua ricchezza, della sua posizione e delle sue molteplici attività, e farà finta di essergli veramente amico e di avere il suo bene come unica finalità, affinché non sia oggetto di scherno e di disprezzo presso i suoi amici lì in città qualora non ottenesse il maggiore dei successi.
    E riguardo all’
    olàm habbà, il mondo futuro, lo spirito malvagio lo abituerà ad accontentarsi, a essere il più povero dei poveri, a non avere nemmeno un posto per ripararsi dalle kelippòt (le forze impure), come hanno detto i nostri Maestri: «[Il versetto ‘La saggezza che] ha costruito la sua casa’ – si riferisce alla Torà ecc., perché chi ha acquisito parole di Torà ha costruito per sé una casa nel mondo futuro ecc.». Infatti, attorno al Gan Eden c’è il ghehinòm e perciò se, che D-o ce ne guardi, non si ha una casa nel Gan Eden, si è necessariamente, che D-o ce ne scampi e liberi, sotto l’influenza delle kelippòt, che D-o ci aiuti8. E dopo avergli consigliato in questo mondo con un volto amichevole di andare in giro con abiti di lusso, lo stesso spirito malvagio diventerà lì il suo accusatore [nel mondo futuro], affinché sia vestito di abiti lerci, tessuti con i suoi luridi peccati, come è spiegato nel [libro del profeta] Zekharià: «Giosuè [il kohèn] era vestito di abiti lerci e stava dinanzi all’angelo. […] Toglietegli gli abiti lerci di dosso ecc.» e come spiegato nei testi sacri. Perciò bisogna fare veramente tantissima attenzione [a distinguere] ciò che è veramente necessario e di cui non si può assolutamente fare a meno; mentre il resto verrà allontanato da sé.]

    Ma quando si racconta lashon harà' o rekhilut, che beneficio può avere ciò sull’ottenimento dei mezzi di sostentamento? E nel momento in cui si racconta [una maldicenza], si trasgrediscono pure vari divieti, come spiegato nel Semàg (Il Grande Libro dei Precetti, Precetti negativi, 13), si consulti colà, poiché la Torà ci ha avvertito con vari divieti di non allontanarci dal suo studio in alcun modo - perché si può, secondo le proprie possibilità, compiere un precetto positivo della Torà [ovvero studiarla]: chi è un grande studioso [studierà] secondo il proprio livello, e oggigiorno pure chi non è un grande studioso può comunque studiare libri sacri tradotti nella propria lingua9, come il Chovot Halevavot o il Menorat Hamaòr e via di seguito, libri che infondono nel cuore dell’uomo il timore del Santo, benedetto Egli sia – piuttosto che tralasciare la Torà per dire lashon harà' e rekhilut.
    E ho pure letto un testo del Gaòn di Vilna (Kol Eliàhu Chadàsh, Avot 3), che spiega cosa sono il din (la giustizia) e il cheshbòn (il calcolo)10: il din è il giudizio del peccato in sé, mentre col cheshbòn si calcola, al momento del giudizio, il tempo che si è impiegato a commettere il peccato e che si sarebbe potuto utilizzare per compiere una mitzvà*. E guai a noi, nel giorno del giudizio! Cosa risponderemo? Se il Santo benedetto Egli sia calcolerà – anche soltanto per i momenti in cui abbiamo detto vane futilità, insieme a critiche, frivolezze, delazioni e maldicenze – l’entità del peccato di tralasciare la Torà perfino solo in quei momenti - perché veramente con ogni parola di Torà che si studia si compie un precetto positivo a sé stante, e se si studia un capitolo di Mishnà o un foglio di Talmud si compiono centinaia di mitzvòt, come ha scritto il Gaòn di Vilna in Shenòt Eliàhu (Peà 1, 1, commento lungo) a nome del Talmud Yerushalmì – quindi si dovrà rendere conto di migliaia di parole sacre di Torà, ognuna delle quali è una grande mitzvà che si è cancellata con le proprie mani, e al suo posto si sono commessi migliaia di peccati di omissione del precetto positivo di studiare la Torà in quel momento specifico.
    [E come ha scritto Rabbenu Yòna nello Shaaré Teshuvà, che se si commette intenzionalmente e a più riprese perfino un solo atto contrario alla legge della santa Torà, [tutte le ripetizioni] vengono contate come peccati separati, e si veda nel Talmud Bavli, Makkot (21a), su un nazireo cui è stato detto “Non bere! Non bere!” [allorché gli è vietato di bere vino] ed è considerato colpevole per ognuno [degli avvertimenti], come se si trattasse di peccati separati. E quindi è chiaro che questo è il caso anche riguardo al precetto positivo di cui stiamo discutendo. E non è comparabile al caso [della mitzvà] di prendere il lulàv o [di suonare] lo shofàr e così via, perché in questi casi D-o ha ordinato [di compiere queste mitzvòt] una sola volta al giorno, ciò che non è il caso nel nostro argomento, perché [lo studio della Torà] è una mitzvà per ogni momento, e l’attimo precedente non esenta l’attimo successivo, e quindi chi si astiene [dallo studio] per diverse ore trasgredisce in ogni momento un precetto positivo a sé stante.]

    E ciò vale a maggior ragione se durante il tempo in cui si tralascia [lo studio] della Torà si dicono lashon harà' e cose simili, perché per ogni espressione di critica verso il prossimo si trasgredisce un divieto a sé stante, com’è detto nel Talmud Bavli, Makkot (21a): «Non indossare [un tessuto vietato] ecc. »11. E la stessa cosa [è detta] anche a nome di Rabbenu Yona. Ed ecco, se pure calcolassimo soltanto il peccato di omissione di Torà per ogni momento, insieme al peccato di dire lashon harà', vedremmo accumularsi sulla persona centinaia [di trasgressioni] di precetti negativi e positivi, e vi si aggiungerebbero anche molte altre [trasgressioni di] precetti negativi e positivi, come abbiamo spiegato a lungo finora, e perciò bisogna stare attenti alle chiacchiere futili come quelle.

  13. E tutto ciò che si è scritto finora vale perfino se si dice la verità sul prossimo, ma se nella lashon harà' o nella rekhilut si è immessa una miscela di bugie parziali, allora si trasgredisce anche il precetto positivo scritto nella Torà (Esodo 23, 7): «Allontànati dalla parola menzognera», e in questo modo si peggiora anche la categoria a cui si appartiene: [invece di “maldicenti”] adesso si viene definiti “diffamatori”, per i quali la punizione è molto più severa rispetto a quella prevista per chi dice semplicemente lashon harà' e rekhilut.

  14. Si osserva anche che si trasgredisce il precetto positivo di (Deuteronomio 28, 9) «Segui le Sue vie», con il quale ci è ordinato di emulare le virtù del Santo, benedetto Egli sia, che sono tutte positive, come hanno detto i nostri Maestri nel Talmud Bavli, Shabbat (133b): «Così come Egli è misericordioso, anche tu sii misericordioso. Così come Egli è clemente, anche tu sii clemente». E così via per le altre virtù, come spiegato da Rambam nel Mishnè Torà (Hilkhot Deot, 1, 5-6). E sappiamo già che il Santo, benedetto Egli sia, con le sue sante e pure virtù, odia la delazione in ogni sua forma, e ciò perfino nei riguardi di una persona veramente infame, come hanno detto i nostri Maestri nel Talmud Bavli, Sanhedrin (11a): «E secondo te, io sarei un delatore?», riguardo al caso di Achàn, si consulti colà. Ed Egli vede le qualità positive, non quelle negative, come è detto nel Tanà Devè Eliàhu (cap. 1). E [i nostri Maestri] hanno detto nel Talmud Bavli, Sotà (42a): «Quattro categorie non ricevono la presenza divina: […] la cricca dei maldicenti, come è scritto (Salmi 5, 5) ‘Poiché non sei un D-o che desidera il male, il malvagio non trova rifugio presso di Te’.» E perciò chi si abitua a questo pessimo difetto non percorre le vie del Signore, che consistono unicamente nel fare del bene al prossimo, mentre costui fa il contrario, e per questo motivo il testo dei Salmi lo chiama “malvagio”, e quindi trasgredisce anche questo precetto positivo.

  15. Abbiamo quindi enumerato 14 precetti positivi che si suole trasgredire quando si dice lashon harà' e rekhilut, oltre ai 17 precetti negativi esposti in precedenza. E benché i 17 precetti negativi e i 14 precetti positivi non possono essere infranti da una sola persona con una sola chiacchiera, come è chiaro al lettore attento, ciononostante chi è abituato a questo pessimo difetto, che D-o ce ne scampi e liberi, col tempo li trasgredirà tutti, perché a volte gli capiterà di dire lashon harà' a proposito di un anziano, altre volte a proposito di un saggio, altre volte criticherà in presenza della persona interessata, altre volte in sua assenza, proprio come esposto in precedenza.


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    Note dei traduttori:
    [1] Kazàit è una misura fissata dai nostri Maestri riguardo a moltissime regole della cucina kashèr. Esistono vari pareri sulla misura del kazàit, ma ovviamente il suo valore esatto non ha rilevanza nell’argomento che stiamo trattando: basti capire che ogni misura di kazàit è un peccato a sé stante.
    [2] È uso corrente, durante la costruzione di nuove sinagoghe o case di studio, di porre una condizione per praticare al loro interno alcune attività non direttamente legate al culto (mangiare, bere, ecc.). L’Autore spiega che anche nei casi in cui questa condizione ha un valore halakhico effettivo, essa non può comunque rendere lecito alcun comportamento frivolo o indegno all’interno della casa del Signore.
    [3] È forse il caso di ricordare che questo testo fa parte del Chafètz Chaìm, una trilogia che comprende: (I) Leggi della lashon harà’, (II) Leggi della rekhilùt e (III) Shemiràt halashon. È a questo terzo volume, il cui titolo si potrebbe tradurre come Il Freno della Lingua (dalla taglia enciclopedica: 94 capitoli) che si riferisce l’Autore in questo richiamo. Che Dio benedetto ci dia un giorno il merito di completare la traduzione dell’intera opera…
    [4] Posti tradizionalmente attribuiti ai dignitari della comunità.
    [5] Si tratta della famosa Igghèret Hagrà, la lettera di morale del Gaòn rabbi Eliàhu di Vilna.
    [6] La tradizione dei nostri maestri insegna che l’aggiunta del prefisso veèt nel versetto in questione serve ad associare al comandamento di onorare i genitori anche quello di avere lo stesso riguardo per i parenti sopra elencati.
    [7] Per esempio, Tzeva-òt è uno dei nomi di Dio, come si vedrà in seguito, e va pronunciato solo quando permesso dalla Torà, per esempio durante la preghiera della Kedushà.
    [8] Sarebbe probabilmente poco appropriato tradurre Gan ’Eden con il termine ‘paradiso’ e ghehinòm con il termine ‘inferno’, ma è forse quanto di meglio si possa offrire in questo contesto al lettore che non avesse dimestichezza con la terminologia ebraica.
    [9] Il testo originale riporta “in lingua ashkenazita”.
    [10] Il termine ebraico din vecheshbòn significa rapporto, resoconto, esame dei fatti, e anche resa dei conti. Esso è composto dalle parole ‘giustizia’ e ‘calcolo’. L’Autore spiega qui la logica dietro la scelta di queste parole per la composizione di questo termine composito.
    [11] Questo passaggio del trattato di Makkòt discute ripetizioni di una sola e medesima trasgressione: in certi casi ogni ripetizione conta come un peccato a sé stante, rendendo quindi il conto complessivo degli oneri ben più gravoso.



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Tratto dal sito www.anzarouth.com : Leggi della Maldicenza, Hafetz Haim, Rabbi Israel Meir Kagan, Edizioni Morashà, traduzione e note a cura di Ralph Anzarouth e Raphael Barki
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